Mayonaise
Sopra casa mia volano oggetti non identificati. Okay, Linate non é lontana. Okay, non lo é neppure Malpensa. Ma io non ho mai visto una attività aerea così intensa. Merito dei voli LowCost? Del quasi, forse, prossimo, già avvenuto fallimento della... [...]
Thinking about you
#2
Vlad si alzò dal letto piano, sapevo che non desiderava svegliarmi e finsi di continuare a dormire. Volevo osservalo, le palpebre come strette feritoie, e impregnare ancora una volta la mia mente dei suoi gesti. Anche quelli quotidiani, quelli che le sue mani conoscono bene e lasciano il tatto quasi indifferente. Quelli che per me sarebbero stati invece piccole pietre luccicanti da nascondere nel bosco e dissotterrare nelle notti interminabili. Quelli che, nel buio che ti fa smarrire la strada, mi avrebbero riempito gli occhi coi colorati riflessi rendendo il cammino per casa meno velato.
Presto sarebbe arrivato il momento di salutarsi. Il soffio gelido dell'inverno mi raccontava che lui sarebbe andato a Londra a seguire il sogno di diventare fotografo professionista. Trasferirsi con la sua borsa di studio in una città come quella significava frequentare stage utili o tenuti da artisti importanti magari, poi chissà quello che sarebbe venuto: cercare un lavoro in un giornale o in una galleria per cominciare. "Lì sarà diverso, lo so. La gente d'oltre Manica è più sensibile all'arte, i giovani hanno più spazio, la possibilità di trovare la loro strada. Ci pensi? Nuovi spunti, altri paesaggi ad ispirarmi, volti a cui dare un nome e storie da inventare...". Il suo entusiasmo mi crollava addosso, inaspettato e pesante. Che cosa strana l'Amore. Per quanto davvero gli auguravo tutto il successo del mondo, che i suoi lavori e la sua sensibilità potessero toccare il cuore degli sconosciuti come succedeva al mio, la partenza, che lo avrebbe aiutato a realizzare tutto questo, mi uccideva. Volevo pregarlo di non abbandonarmi, ma se l'avessi fatto non me lo sarei mai perdonata, perché ero consapevole ad una mia unica parola avrebbe cercato un compromesso o addirittura rinunciato. Volevo metterlo in guardia che sperare troppo era un male, perché il mondo là fuori è un vampiro, che ti sfrutta e consuma, ma non distruggerlo con delusioni e pessimismo. Volevo non possedesse tutto quel talento che invece aveva e che gli avrebbe aperto mille e mille porte, perché temevo mi avrebbe lasciata indietro, chiusa fuori dal mondo nuovo.

Si chinò sulla sedia dov'erano poggiati i suoi vestiti, frugò nella giacca ed estrasse le sigarette. Aprì i pacchetto e ne prese una, battendola un paio di volte sul piano del tavolo dalla parte del filtro mentre ancora piegato cercava nelle tasche dei jeans l'accendino.
Portandosela alla bocca, camminò verso la finestra.
I suoi piedi scalzi sul parquet, la sua schiena nuda che si allontanava, nessun rumore neanche da fuori. C'era solo la calma dei suoi movimenti accorti. Regnava sulla stanza invasa dalla splendida luce dell'alba ed unite davano ad ogni cosa contorni nitidi e morbidi. A me, sdraiata supina nel letto, coperta dal piumino bianco che ridendo come matti avevamo comprato insieme qualche giorno prima. Io che lo spiavo con gli occhi socchiusi, velati di lacrime. A lui con la sigaretta ancora spenta tra le labbra. Al suo viso attraversato da pensieri troppo faticosi per essere così presto.
Stavo per scoppiare a piangere e mi girai velocemente sul fianco facendo in modo di dargli le spalle. Sentendomi muovere Vlad si voltò verso di me. Percepivo che mi accarezzava con gli occhi, trattenni il respiro per non farmi scoprire certa che dopo qualche secondo avrebbe ripreso ad osservare la città che usciva dal torpore notturno. Anche quell'abbraccio distante mi sarebbe mancato. Terribilmente. Ripresi ad essere immobile, eppure il suo sguardo non si spostò.
Vlad avvicinò la fiamma alla sigaretta ed aspirò profondamente. Forse anche lui in quel momento stava cercando di trattenere l'immagine di ogni istante. Forse, proprio come me. Rilassai i muscoli irrigiditi dallo sforzo di stare ferma e mi tirai le lenzuola fin sopra il mento.
Credo fu il calore a farmi riprendere sonno, ma non soltanto quello del piumino.
*Shot by BellZ: "There" *
In Blue
#1

Vlad guardava il cielo, disteso, con l'erba che s'insinuava tra i capelli neri e mi scappava da pensare che il cielo si specchiasse nei suoi occhi. Contavo le leggere lentiggini sulle guance dalla pelle tanto chiara da far sembrare tutto in lui perfetto. Una creatura dal corpo esile e le dita lunghe riposava accanto a me nel parco, con le braccia dietro la testa, contemplando le nuvole, nient'altro che soffice zucchero filato sopra di no. C'era il silenzio portato dell'aria immobile dell'estate che cedeva il passo all'autunno. L'odore di terra e alberi, del verde, di umida vita che vibrava intorno a noi e ci avvolgeva come una coperta. Il pomeriggio scorreva e il suo torace teso mi pareva immobile da un'infinità di tempo. Quando ecco materializzarsi un dubbio soffocante nella mia mente. Me lo figuravo rotolare, il sospetto, verso l'interno degli occhi e piano piano disfarsi mentre continuava, facendosi strada in mille e mille domande. Sciogliersi e prende spazio, liquido, ogni goccia, ogni particella una minuzia che intaccava la reale razionalità, così fino ad assalire con un'onda gigantesca ciascuno centimetro della ragione, travolgerla e, fattosi tzunami, spazzarla via: se fosse stato disegnato, se non fosse reale, che non possa toccarlo, averlo vicino, null'altro che una mia fantasia? In uno spasmo incontenibile alzai l'indice sinistro e tracciai il suo profilo. Un gesto che avrebbe messo a tacere non solo qualsiasi mia incertezza, ma subito anche l'intero prato. Anzi tutta la natura che ci circondava in ogni sua forma, la più piccola, quella minuscola, pure quella invisibile si sarebbe fermata, basita. Lo feci scorrere lento, il mio dito che si assottigliava all'inverosimile, sulla fronte liscia e sul naso deciso, fino ad arrivare alle labbra. In quel momento esitai, rabbrividendo della mia stessa azione. La mia mano, si minuta, ma non inconsistente, sospesa sul suo viso. Lo vedevo metterla a fuoco, focalizzare la mia pelle ambrata, le righe, la linea, la forma. Lo sentivo saggiare il peso del mio palmo e così via, via, fino a considerare la portata della mia mossa istintiva. Tanto da ritenerla io stessa sconosciuta. Cos'era quel contatto che avevo cercato? La forza incontrollabile di sentirlo mio che mi aveva guidato in una "cosa" così azzardata? Era il mio braccio ad essersi sollevato, il mio polso ad essersi inclinato ed aver guidato ogni movimento? No di certo, proprio no, era assolutamente da escludere. In un lampo pensai che la scena dal di fuori doveva apparire senz'altro comica, ma per noi non lo era. La tensione era calata sui corpi di entrambi. Bloccata quanto una statua di sale fuori, dentro invece ero in subbuglio. Il mio battito accelerava, un crescendo che un qualsiasi cardiologo avrebbe ritenuto anomalo e preoccupante, il sangue pulsava nelle tempie con una forza martellante, nelle guance che diventarono repentinamente rosse, nei muscoli che cominciavano a farmi male. Prendeva campo in quello scompiglio una voce nella mia testa che mi gridava di ritirare il braccio, subito, immediatamente, di allontanarmi ad una velocità incredibile, di tornare a casa e nascondermi sotto le lenzuola, spegnere il cellulare, rendermi irrintracciabile, introvabile, finché sia io sia lui non avremmo dimenticato questa storia; allora e solo allora, al compimento del mio ottantesimo compleanno, quando la ormai saggezza mi avrebbe raggiunta, sarei potuta andare a trovarlo e spiegargli tutto: che non significava niente, che non sapevo neppure io il perché, il percome, le varie ed eventuali
Quanti attimi erano passati? Quanti secondi? Erano già minuti? Perché a me sembravano anche ore! E io non m'ero spostata, non avevo fatto nulla per realizzare il mio progetto di fuga, né lui aveva reagito in qualche maniera. Insomma mi pareva un gesto abbastanza eloquente perché lui non aveva fatto nulla? Lo considerava forse normale? Che diamine gli frullava nella testa? E proprio mentre la pazzia dilagava dentro di me, mentre tiravo giù ogni Santo dal Paradiso, lui si sollevò, impercettibilmente, alzò la nuca di un paio di centimetri, né più né meno, solo quelli sufficienti da poter arrivare a baciare il mio polpastrello. Talmente lentamente l'aveva fatto, con quella naturalezza fluida tipica di lui, quella stessa che dava alle sue movenze qualcosa di troppo assoluto per farlo essere vero. Esattamente il motivo della mia assurdità. La sua risposta fu fremito che mi sconvolse, che partiva dalla punta del mio indice e percorreva tutto il resto: l'arto, la spalla, il petto, le gambe fino ad ogni neurone del cervello, ma che dico, ogni singola cellula del mio fisico. Quel ragazzo sdraiato al mio fianco, che ammirava il cielo, che vanitoso nei suoi occhi si rifletteva nell'azzurro più bello, proprio lui, Vlad, baciando morbidamente il mio dito, era diventato mio. Ed ogni essere nel prato riprese a muoversi.
*Shot by BellZ "Not brave enough" *


